Immaginate di dover aprire un documento ufficiale tra vent'anni. Un contratto, un atto notarile, una delibera comunale. Il file è lì, su un server dello Stato. Ma il software che lo leggeva non esiste più, o costa una licenza che nessuno vuole pagare, o semplicemente la versione giusta non gira sul sistema operativo di quell'epoca. Il documento è tecnicamente presente, ma di fatto inaccessibile. Non è fantascienza: è già successo, con formati proprietari che le aziende hanno dismesso lasciando le amministrazioni pubbliche con archivi illeggibili.

Questo scenario è esattamente ciò che la Germania ha deciso di prevenire con una scelta tanto tecnica quanto politica: rendere obbligatorio, entro il primo gennaio 2027, l'uso dell'Open Document Format in tutta la pubblica amministrazione federale, regionale e locale. La decisione è stata formalizzata dall'IT-Planungsrat, il consiglio intergovernativo che coordina la digitalizzazione della PA tedesca, raccogliendo le indicazioni della Conferenza dei Ministri Digitali riunita a Berlino nell'ottobre 2024. Chi si occupa di governance digitale come chi scrive conosce bene queste dinamiche: raramente le istituzioni si muovono così in modo così coordinato su un tema tecnico. Stavolta lo hanno fatto.

ODF: una lingua comune, non un programma

Vale la pena fermarsi un momento su cosa sia effettivamente ODF, perché la confusione è frequente. ODF, Open Document Format, non è un software. Non è LibreOffice, non è un'alternativa gratuita a Word. È uno standard ISO, precisamente ISO/IEC 26300, che definisce come deve essere strutturato internamente un documento di testo, un foglio di calcolo o una presentazione. È, in altre parole, una lingua condivisa che qualsiasi software può parlare senza chiedere il permesso a nessuno.

Il confronto più immediato è con il formato PDF per i documenti da condividere in sola lettura: nessuno si stupisce che un PDF aperto su Windows, Mac o uno smartphone funzioni sempre allo stesso modo. ODF aspira a essere la stessa cosa per i documenti editabili. Lo si può aprire con LibreOffice, con Microsoft Word, con Google Docs, con ONLYOFFICE. La scelta del software rimane libera. Ciò che cambia è che nessun fornitore può più dire: "Per leggere questo documento pubblico ti serve il mio prodotto."

«Non si può rivendicare autonomia digitale se i documenti pubblici restano vincolati a formati controllati da un unico fornitore.»
Florian Effenberger, The Document Foundation

È il principio che Florian Effenberger, direttore esecutivo di The Document Foundation che sviluppa LibreOffice, ha espresso con grande chiarezza commentando la decisione tedesca. La posta in gioco non è quale suite per ufficio usino i dipendenti pubblici. La posta in gioco è chi controlla i dati prodotti con denaro dei contribuenti.

Il Germany Stack: un progetto più grande

La scelta su ODF non è isolata. Si inserisce nel progetto chiamato Germany Stack, o "Sovereign Digital Stack", una piattaforma nazionale che il Ministero federale per il Digitale e la Modernizzazione dello Stato ha definito come la futura infrastruttura tecnologica sovrana destinata a tutti i livelli della pubblica amministrazione tedesca. ODF e PDF/UA sono indicati esplicitamente come gli unici formati ammessi, escludendo per la prima volta in modo formale le alternative proprietarie.

Alcune regioni tedesche non hanno aspettato le direttive federali. Lo Schleswig-Holstein ha già migrato circa trentamila postazioni di lavoro da prodotti Microsoft a Linux e LibreOffice, con l'obiettivo di completare la transizione entro il 2026. Non è una scommessa sul futuro: è un progetto che è già in corso, con numeri reali e scadenze precise. Chi lavora con il diritto e la tecnologia sa che la distanza tra una norma approvata e una norma applicata può essere enorme. In questo caso quella distanza si sta accorciando in modo visibile.

La Svizzera fa qualcosa di ancora più radicale

Prima di procedere, una precisazione geografica che in questi contesti è tutt'altro che formale: la Svizzera non è membro dell'Unione Europea. È un paese indipendente con una propria legislazione, propri standard e propria politica digitale. Eppure ciò che ha fatto è di grande interesse per chiunque studi la governance del digitale in Europa.

Nel marzo 2023 il Parlamento svizzero ha approvato la legge EMBAG, acronimo di "Bundesgesetz über den Einsatz elektronischer Mittel zur Erfüllung von Behördenaufgaben", entrata in vigore il primo gennaio 2024. Il principio cardine è espresso in modo diretto e senza ambiguità: soldi pubblici, codice pubblico. Qualsiasi software sviluppato da o per le autorità federali deve essere rilasciato con una licenza open source, a meno che diritti di terzi o ragioni di sicurezza lo impediscano esplicitamente.

Non si tratta di una preferenza o di una raccomandazione. È un obbligo di legge. E nasce da una battaglia politica e legale durata dodici anni, avviata nel 2011 quando il Tribunale Federale Supremo svizzero pubblicò la propria applicazione gestionale, Open Justitia, con una licenza aperta. La società di software proprietario Weblaw protestò, sostenendo che lo Stato non avesse il diritto di distribuire gratuitamente un software che avrebbe fatto concorrenza al mercato privato. Ne seguì un decennio di controversie, fino all'approvazione definitiva dell'EMBAG.

Il professor Matthias Stürmer, che guida l'Istituto per la Trasformazione del Settore Pubblico all'Università di Scienze Applicate di Berna e che ha guidato il lobbying per questa legge, ha sintetizzato il risultato con parole che vale la pena riportare: la nuova legge è un'opportunità per il governo, per l'industria informatica e per la società nel suo complesso. Tutti i portatori di interesse beneficiano di questa regolazione perché il settore pubblico riduce il vendor lock-in, le imprese possono espandere le proprie soluzioni digitali e i contribuenti spendono meno in soluzioni IT ricevendo servizi migliori grazie alla maggiore concorrenza. Non è un argomento ideologico. È un argomento economico.

Il quadro europeo: non sono eccezioni, è una tendenza

Germania e Svizzera non sono casi isolati. La Francia ha sviluppato LaSuite, una piattaforma collaborativa ufficiale dello Stato che sostituisce le suite Office commerciali con strumenti basati su software open source, dati ospitati in Francia e governance interamente pubblica. La Gendarmeria Nazionale francese usa Linux sulla maggior parte dei propri computer da anni. In Austria il Ministero dell'Economia ha migrato oltre milleduecento postazioni verso soluzioni sovrane.

A livello europeo, nell'ottobre 2025 la Commissione Europea ha approvato la creazione del Digital Commons EDIC, un consorzio europeo per le infrastrutture digitali firmato da Francia, Germania, Paesi Bassi e Italia, con l'obiettivo esplicito di costruire un modello europeo per la cooperazione e l'investimento nei beni digitali comuni. Lo stesso mese, la Commissione ha pubblicato una roadmap sull'open source come via europea per la sovranità digitale, indicando come l'Europa possa rafforzare sicurezza, ridurre costi e aumentare la flessibilità tecnologica abbracciando tecnologie open source europee.

Il dato di contesto che spiega tutto questo è uno solo: circa l'ottanta per cento della spesa europea per software e servizi cloud finisce nelle casse di aziende statunitensi. Non è necessariamente un problema in condizioni di stabilità geopolitica. Ma chi studia la dipendenza tecnologica come questione di governance sa che le condizioni di stabilità non durano per sempre, e che costruire infrastrutture pubbliche sopra piattaforme che altri controllano significa delegare una porzione non trascurabile di sovranità.

Perché conta per ogni cittadino

Tutta questa discussione sembra molto lontana dalla vita quotidiana. In realtà è più vicina di quanto appaia. Ogni volta che un comune invia una comunicazione ufficiale in un formato che richiede un programma a pagamento per essere aperto correttamente, sta implicitamente chiedendo al cittadino di acquistare quel programma. Ogni volta che una scuola distribuisce materiali in formato proprietario, sta imponendo una scelta tecnologica alle famiglie. Ogni volta che un archivio storico viene conservato in un formato legato a un singolo fornitore, si sta scommettendo che quel fornitore esisterà ancora tra cinquant'anni nelle stesse condizioni di oggi.

Gli standard aperti non sono una questione per specialisti. Sono il modo in cui le istituzioni pubbliche garantiscono che i propri servizi restino accessibili nel tempo, indipendentemente da quali aziende tecnologiche esistano o non esistano in futuro. In questo senso, ODF non è semplicemente un formato di file. È un principio giuridico applicato alla tecnologia: quello per cui il patrimonio pubblico deve essere gestito in modo che chiunque possa accedervi, ora e in futuro, senza bisogno di chiedere il permesso a qualcuno che ha interesse commerciale nel controllarne l'accesso.

L'Europa sta arrivando a questa conclusione attraverso percorsi diversi, con velocità diverse e con approcci che variano da paese a paese. Ma la direzione è la stessa, ed è quella giusta.