Dal "consiglio" al regolamento
Nel maggio del 2023 la Commissione europea aveva scelto la strada più leggera possibile per affrontare la pirateria sportiva online: una raccomandazione, cioè un invito non vincolante rivolto agli Stati membri e agli intermediari tecnici a intervenire rapidamente contro le trasmissioni illegali di eventi sportivi in diretta. Una raccomandazione non obbliga nessuno, e infatti ciascun paese ha risposto a modo suo. L'Italia, con il suo Piracy Shield, ha scelto la strada più aggressiva; altri Stati membri non hanno praticamente mosso un dito.
Uno studio commissionato dalla commissione Affari giuridici del Parlamento europeo, presentato agli eurodeputati il 22 giugno di quest'anno, propone ora di cambiare registro. L'idea è sostituire la raccomandazione con un regolamento, uno strumento normativo direttamente applicabile in tutti gli Stati membri senza bisogno di recepimento nazionale. Il modello a cui lo studio guarda esplicitamente è quello italiano.
Cosa cambierebbe, concretamente
La misura centrale ricalca quella che ho già raccontato parlando di Piracy Shield: un obbligo di rimozione dei flussi pirata entro trenta minuti dalla segnalazione. Non ore, trenta minuti, perché un blocco tardivo su un evento sportivo in diretta perde gran parte del suo senso deterrente.
Quello che cambierebbe rispetto al sistema italiano è soprattutto il perimetro geografico e soggettivo. Lo studio raccomanda di estendere l'obbligo a tutta la catena tecnica coinvolta nella distribuzione dei contenuti: fornitori di accesso a internet, content delivery network come Cloudflare, server dedicati, resolver DNS di terze parti come Google Public DNS, e fornitori di servizi VPN. Un elenco che, per chi segue il tema, suonerà familiare: le VPN sono già finite nel mirino di più di un legislatore negli ultimi mesi, anche se finora per ragioni diverse dalla pirateria sportiva.
Per gestire tutto questo, lo studio propone che ogni Stato membro si doti di un'autorità amministrativa indipendente ricalcata sul modello di AGCOM, con il compito di ricevere le segnalazioni e coordinare i blocchi. Un unico impianto istituzionale, moltiplicato per ventisette.
Il modello italiano, nato come eccezione emergenziale per il calcio, sta diventando la base di partenza per una regola europea permanente.
Il conto dell'overblocking
Quello che trovo interessante, e in parte sorprendente, è che lo studio non nasconde il problema. Definisce il blocco per indirizzo IP e per nome a dominio "strumenti intrinsecamente grezzi", incapaci di distinguere in modo affidabile i contenuti illeciti dai servizi legittimi che condividono la stessa infrastruttura tecnica. E cita dati concreti a sostegno di questa cautela.
Uno studio dell'Open Observatory of Network Interference ha rilevato che, in seguito a un provvedimento di blocco disposto in Spagna a tutela dei diritti televisivi de LaLiga, oltre cinquecentocinquantaquattromila domini sono stati bloccati almeno una volta durante le trasmissioni delle partite. Tra i siti coinvolti figurano portali di Amnesty International, dell'American Civil Liberties Union, dell'UNICEF, dell'UNHCR, del Senato australiano, oltre a endpoint della piattaforma cloud di Amazon. Non un incidente isolato di qualche minuto: un pattern che si ripete ogni fine settimana di campionato.
Lo stesso studio richiama un rapporto del Centre for European Policy Studies, che arriva a chiedere un divieto assoluto del blocco per indirizzo IP e l'introduzione di una responsabilità civile dei titolari dei diritti per i danni causati da blocchi errati. Una posizione radicale, ma che nasce da un'osservazione difficile da liquidare: chi ordina un blocco raramente sopporta le conseguenze quando il blocco è sbagliato.
Un precedente che arriva proprio ora
La proposta europea arriva in un momento particolarmente notevole. Proprio mentre si discute di esportare il modello italiano a tutto il continente, in Italia il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha appena confermato integralmente la legittimità di Piracy Shield, respingendo tutti i ricorsi presentati da Cloudflare contro AGCOM, incluso il potere dell'Autorità di emettere ordini di blocco verso fornitori stabiliti fuori dal territorio nazionale. Ne ho scritto in un articolo a parte, perché il ragionamento del tribunale su chi può essere raggiunto da un ordine di blocco, e su quale base giuridica, è probabilmente l'aspetto più rilevante per capire cosa significherebbe davvero un Piracy Shield europeo.
Se un giudice conferma che l'Italia può ordinare blocchi a soggetti esteri sulla sola base del luogo in cui si producono gli effetti dell'illecito, la stessa logica, applicata a livello europeo con un regolamento direttamente vincolante, moltiplica il numero di soggetti raggiungibili e la difficoltà di contestare un blocco in tempo utile.
Cosa manca ancora
Lo studio non si limita a segnalare il problema: propone anche dei correttivi. Durata dei blocchi limitata al tempo strettamente necessario alla trasmissione dell'evento, supervisione giudiziaria o amministrativa, rispetto dei criteri di proporzionalità fissati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell'UE. Resta però aperta, e lo studio stesso lo ammette, la questione di come un simile regime si concilierebbe con il Digital Services Act, che vieta di imporre agli intermediari un obbligo generale di sorveglianza attiva sulle attività dei propri utenti.
C'è infine un punto che a mio avviso meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva: il rapporto dedica un passaggio alla domanda, non solo all'offerta di enforcement. La frammentazione e il costo elevato dell'offerta legale di contenuti sportivi restano tra i principali fattori che spingono gli utenti verso i servizi pirata. Abbonamenti multipli, geoblocking, prezzi che cambiano da un paese all'altro per lo stesso evento. Finché quel problema resta irrisolto, ogni sistema di blocco, per quanto efficiente, si limita a curare un sintomo.
Va detto con chiarezza che, al momento, nessun regolamento europeo esiste ancora: si tratta di un documento di supporto tecnico alla commissione Affari giuridici, non di una proposta legislativa né della posizione ufficiale del Parlamento europeo. Ma il fatto stesso che l'ipotesi sia arrivata su un tavolo istituzionale segna un cambio di passo. Ritengo che valga la pena seguirne l'evoluzione con attenzione, perché la proporzionalità di uno strumento non si misura da quanto è veloce, ma da quanto riesce a colpire solo chi deve essere colpito.