Per capire quello che è successo tra SIAE e Meta bisogna partire da una domanda semplice: chi dipende da chi? Per anni la risposta era ovvia — le radio, le tv, le piattaforme dipendevano dalla SIAE per poter trasmettere musica italiana. La SIAE aveva il potere di chiudere il rubinetto. Era lei il gatekeeper.

Quel mondo non esiste più. E la disputa con Meta lo ha dimostrato in modo brutale.

Cosa è successo, concretamente

La SIAE è la principale società italiana di gestione collettiva del diritto d'autore. Gestisce i diritti di riproduzione di migliaia di artisti e riscuote i compensi ogni volta che la loro musica viene utilizzata — in radio, in televisione, negli spot. Da quando esistono i social, la negoziazione si è estesa anche alle piattaforme digitali.

L'accordo precedente con Meta prevedeva un pagamento per ogni riproduzione — un Reel, una storia, un post con audio. La SIAE ha chiesto di rinegoziare al rialzo. Meta ha risposto ritirando la licenza. E qui è successa la cosa più interessante: non ha semplicemente bloccato i nuovi contenuti, ha rimosso l'audio da tutto il catalogo esistente. Ogni video, ogni story, ogni post che conteneva anche solo dieci secondi di musica italiana protetta da SIAE ha perso l'audio completamente.

Questo ha creato un problema che nessuno aveva anticipato correttamente. Molti creator — persone che producono contenuti professionalmente e vengono pagate per farlo — avevano costruito tutorial, video esplicativi, contenuti che durano anni, con una colonna sonora sottostante. La voce era loro, la musica era al 3% del volume. Meta, per tutelarsi da eventuali richieste retroattive, ha cancellato l'audio intero perché separare voce e musica richiederebbe un lavoro computazionale che nessuno farà gratuitamente per conto della SIAE.

«La SIAE vedeva la musica italiana su Meta come un utilizzo da compensare. Meta la stava usando come pubblicità gratuita agli artisti. Non era la stessa cosa.»

Il paradosso della visibilità

Qui sta il punto che mi sembra più sottovalutato nel dibattito pubblico. La logica della SIAE era quella del licensing classico: se qualcuno usa la mia musica, mi paga. Logica legittima, applicata per decenni alle radio e alle televisioni. Il problema è che le radio e le televisioni non facevano pubblicità agli artisti — li trasmettevano e basta. Su Instagram è diverso.

Quando Chiara Ferragni mette una canzone dei Maneskin in una sua storia, sta facendo pubblicità ai Maneskin. Gratis. Su una piattaforma che ha miliardi di utenti. In quel contesto, la musica non è solo un'opera da compensare — è anche uno strumento di marketing. La SIAE ha scelto di vederla solo come la prima cosa, e ha ottenuto la rimozione totale. Gli artisti che tutela adesso non vengono né ascoltati né promossi su Instagram.

Qualcuno ha fatto questa scelta meglio. Laura Pausini e Marracash, per esempio, sono rimasti presenti sulle piattaforme Meta durante tutta la disputa. Non perché abbiano accordi speciali con Meta — ma perché si affidano a società di gestione diverse dalla SIAE, che evidentemente hanno negoziato condizioni differenti. Il mercato della gestione collettiva non è monopolio: esistono alternative, anche straniere, con i diritti per operare in Italia. Chi le ha scelte in anticipo ha avuto, in questo caso specifico, un vantaggio concreto.

Il GDPR e i contenuti cancellati

C'è anche una domanda pratica che riguarda chiunque abbia perso contenuti in questa vicenda: quei video sono recuperabili? Tecnicamente, grazie al GDPR, chiunque può richiedere a Meta un archivio completo dei propri dati — foto, video, testi. Basta cercare le istruzioni per la richiesta di portabilità dei dati sulla piattaforma specifica e si riceve un file compresso con tutto. Tuttavia, secondo ogni probabilità, i video da cui è stato rimosso l'audio non torneranno con l'audio originale. Una volta che la rimozione è avvenuta a livello di sistema, il dato originale è andato. Puoi avere il file, ma non necessariamente la versione integra.

È un promemoria importante su cosa significhi costruire il proprio lavoro sopra una piattaforma che non si controlla. I termini di servizio che si accettano quando si crea un account su Instagram includono esplicitamente la possibilità che le condizioni cambino. Non c'è contratto, non c'è garanzia. Il creator non è un cliente — è il prodotto.

Una visione che appartiene a un altro decennio

La mia posizione su questa vicenda è abbastanza chiara: la SIAE ha gestito male la trattativa perché ha applicato una logica di potere che funzionava nel mondo analogico e che nel digitale non regge più. Vent'anni fa potevi sederti al tavolo con una radio e dire o mi paghi o non trasmetti niente. Quella radio aveva bisogno di te. Meta non ha bisogno della musica italiana. Il mercato di Meta è globale, quello della SIAE è italiano per definizione. I rapporti di forza sono radicalmente diversi.

Il risultato finale è che gli artisti italiani tutelati dalla SIAE hanno perso visibilità sulla piattaforma social più usata nel paese, i creator hanno perso contenuti costruiti nel tempo, e la SIAE non ha incassato un euro in più. Qualcuno potrebbe sostenere che sia una questione di principio — e forse lo è. Ma i principi applicati male producono danni reali a persone reali.