Oggi, per la prima volta dal dicembre del 1972, quattro esseri umani stanno lasciando l'orbita bassa terrestre. Artemis II è partita dal Kennedy Space Center in Florida, e il suo equipaggio sta percorrendo una traiettoria intorno alla Luna che nessun essere umano compie da oltre mezzo secolo. Non atterreranno, questa volta. È un volo di prova, un giro di ricognizione con equipaggio per testare i sistemi dell'astronave Orion. Eppure questa missione vale molto più di un semplice test ingegneristico.
Vale miliardi di dollari, risorse strategiche e una domanda che a mio avviso è ancora troppo poco discussa nel dibattito pubblico italiano: mentre guardiamo il razzo salire, chi sta scrivendo le regole di quello che succede dopo?
L'eredità nascosta dello spazio sul tuo comodino
Il modo più efficace per capire perché Artemis II ci riguarda da vicino è smettere per un momento di guardare il razzo e guardare il materasso su cui dormite stanotte. Il memory foam che si adatta alla forma del corpo è una tecnologia sviluppata dalla NASA per ammortizzare gli astronauti durante le fasi di lancio e atterraggio. Il GPS nel telefono nasce da un progetto del Jet Propulsion Laboratory della NASA. La fotocamera dello smartphone deriva dalla miniaturizzazione delle telecamere spaziali, sviluppata per ridurre le dimensioni degli strumenti a bordo delle sonde interplanetarie. I rilevatori di fumo nelle case usano la stessa tecnologia testata a bordo di Skylab, la prima stazione spaziale americana. Le cuffie wireless sono state concepite per permettere agli astronauti di comunicare senza cavi all'interno delle tute pressurizzate.
Questo meccanismo si chiama spin-off tecnologico, ed è il motore invisibile che collega l'esplorazione spaziale alla vita ordinaria. Ogni volta che si spinge più in là la frontiera tecnologica per affrontare un problema estremo, le soluzioni trovate tendono a trovare applicazione in contesti molto più quotidiani. La NASA pubblica ogni anno un rapporto dedicato agli spin-off: l'edizione 2025 cita sistemi per la crescita di tessuto cardiaco umano di qualità superiore nati da esperimenti in microgravità, tapis roulant antigravità oggi usati nella riabilitazione ortopedica, tecnologie di stampa 3D applicate all'edilizia terrestre partendo da progetti per costruire abitazioni sulla Luna con i funghi. Anche le celle a combustibile, sviluppate più di cinquant'anni fa per le missioni Apollo, stanno oggi trovando applicazione nel supporto alle reti elettriche basate su energia rinnovabile.
Artemis produrrà altri spin-off. È quasi matematico. La sfida di vivere nei pressi della Luna per mesi richiede soluzioni nuove alla produzione di energia in ambienti estremi, alla gestione delle risorse idriche, alla protezione dalle radiazioni, all'alimentazione a lunga conservazione. Alcune di queste soluzioni, tra qualche decennio, finiranno nei tuoi elettrodomestici. È già successo con ogni ciclo di esplorazione spaziale precedente, e non c'è ragione di pensare che questa volta vada diversamente.
La Luna non è solo paesaggio
Detto questo, ci sono ragioni molto più concrete e immediate per cui le potenze mondiali stanno investendo miliardi nel ritorno alla Luna. La superficie lunare custodisce qualcosa che sulla Terra scarseggia in modo drammatico.
Il primo elemento è l'acqua ghiacciata, concentrata nei crateri permanentemente in ombra del polo sud lunare. Non è sentimentalismo ecologico: l'acqua nello spazio è il petrolio dello spazio. Può essere convertita per elettrolisi in idrogeno e ossigeno, producendo propellente per razzi direttamente in loco. Può servire per respirare, per idratarsi, per costruire avamposti permanenti senza dover trasportare scorte dalla Terra a costi enormi. Chi controlla l'acqua sul polo sud lunare controlla di fatto la logistica di qualsiasi futura missione verso Marte e oltre.
Il secondo elemento è l'elio-3, un isotopo rarissimo sulla Terra perché la nostra atmosfera e il nostro campo magnetico lo deflettono prima che possa depositarsi. Sulla Luna non c'è questa barriera: il vento solare ha bombardato la regolite lunare per miliardi di anni accumulandone enormi quantità. Le stime indicano circa un milione di tonnellate di elio-3 nella superficie lunare. Una singola tonnellata potrebbe produrre 10.000 megawatt di energia all'anno, sufficiente a soddisfare il fabbisogno elettrico annuale degli Stati Uniti con appena venticinque tonnellate. Il suo valore commerciale, già oggi, è stimato intorno ai venti milioni di dollari al chilogrammo. Non è più fantascienza: una startup americana chiamata Interlune, fondata dall'ex presidente di Blue Origin, ha già venduto contratti di fornitura di elio-3 lunare con consegna promessa entro il 2029. Il prodotto non è ancora stato estratto, ma i contratti sono già stati firmati.
Un isotopo che vale venti milioni di dollari al chilogrammo, già venduto prima ancora di essere estratto. La corsa alle risorse lunari non è una proiezione futura: è già cominciata.
Il terzo elemento sono le terre rare. Diciassette elementi chimici oggi indispensabili per produrre smartphone, veicoli elettrici, pannelli solari, turbine eoliche e componentistica militare avanzata. La Cina controlla circa l'ottanta percento della produzione mondiale terrestre di terre rare, e questa concentrazione è già oggi una leva geopolitica concreta. L'idea che la Luna possa offrire una riserva alternativa non è una fantasia: è una strategia che diversi governi stanno considerando seriamente.
Un trattato scritto prima di Internet
Tutto questo accade in un quadro giuridico che porta ancora la data del 27 gennaio 1967. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, noto come Outer Space Treaty, è il testo fondante del diritto spaziale internazionale. Lo hanno firmato oltre 110 paesi, inclusa l'Italia. Il suo principio centrale è chiaro: lo spazio è patrimonio comune dell'umanità e nessuno stato può appropriarsene o rivendicarne la sovranità.
Quello che il trattato del 1967 non dice con altrettanta chiarezza è se si possano estrarre risorse da corpi celesti e venderle privatamente. È una lacuna che nel 1967 era irrilevante, perché nessuno aveva la tecnologia per farlo. Oggi non lo è più. Un tentativo di colmarla ci fu nel 1979 con il Moon Agreement, che imponeva un regime internazionale di gestione delle risorse lunari e vietava ogni forma di appropriazione privata. Il problema è che quell'accordo non è stato ratificato da nessuno dei paesi in grado di svolgere missioni spaziali: né dagli Stati Uniti, né dalla Russia, né dalla Cina. Ad oggi conta solo diciotto ratifiche, tutte da parte di paesi che non dispongono di capacità di lancio autonoma.
Nel 2015 gli Stati Uniti hanno approvato una legge nazionale, il Commercial Space Launch Competitiveness Act, che consente ai cittadini americani di estrarre e possedere risorse spaziali come proprietà privata. Il Lussemburgo ha fatto lo stesso nel 2017. È una soluzione unilaterale: non cambia formalmente la sovranità sullo spazio, ma afferma che il diritto di sfruttarne le risorse è cedibile a soggetti privati sotto giurisdizione nazionale. Si tratta, a mio avviso, di una zona grigia normativa enorme, e ritengo che prima o poi produrrà conflitti difficili da risolvere per via delle interpretazioni radicalmente divergenti rispetto all'articolo II del Trattato del 1967.
Gli Accordi Artemis e la nuova geopolitica dell'orbita
Nel 2020 è arrivata un'altra soluzione parziale: gli Accordi Artemis. Firmati finora da oltre quaranta paesi, inclusa l'Italia, stabiliscono principi di comportamento per l'esplorazione lunare come la trasparenza nelle operazioni, la condivisione dei dati scientifici e la gestione responsabile dei detriti spaziali. Sono un passo avanti rispetto al vuoto normativo. Il problema è che si tratta di accordi bilaterali con gli Stati Uniti, non di un trattato multilaterale negoziato nell'ambito delle Nazioni Unite. Russia e Cina non li hanno firmati. È un po' come stabilire le regole della pesca in alto mare stringendo accordi solo con i paesi alleati, ignorando sistematicamente gli altri pescatori.
Il tema non è astratto. I siti di atterraggio selezionati dalla NASA per Artemis III, la missione con sbarco lunare prevista per il 2028, e le zone di interesse cinese per la futura base lunare pianificata entro il 2030 si trovano entrambi nella stessa area: il polo sud lunare, ricchissimo di acqua ghiacciata e risorse. La convergenza delle ambizioni su un territorio che nessun trattato condiviso regola in modo dettagliato potrebbe produrre tensioni concrete in assenza di un framework normativo condiviso. Come emerge anche ragionando sui temi di sovranità digitale e controllo delle infrastrutture tecnologiche, il problema non è quasi mai la tecnologia in sé: è chi la controlla, con quali regole, e in nome di chi.
Quando il privato entra nel quarto dominio
C'è qualcosa di strutturalmente diverso nel momento attuale rispetto alla corsa allo spazio degli anni Sessanta. Quando Apollo 11 atterrò sulla Luna nel 1969, si trattava di una competizione tra stati governata da logiche diplomatiche bilaterali. Oggi il panorama è radicalmente cambiato. SpaceX lancia razzi con costi dieci volte inferiori a quelli delle agenzie governative tradizionali. Blue Origin ha le proprie ambizioni lunari. Interlune ha già firmato contratti per risorse che non ha ancora estratto. Il soggetto privato non è più un fornitore di servizi alle agenzie spaziali: è un attore autonomo con interessi propri nello spazio.
Questo produce una complessità normativa che i trattati del 1967 non sono stati pensati per gestire. Quando un soggetto privato americano estrae elio-3 dalla superficie lunare e lo rivende a un'azienda giapponese, chi verifica che non stia violando il patrimonio comune dell'umanità? Chi risponde se si verifica un incidente? Chi arbitra un conflitto tra due operatori privati di nazionalità diversa che rivendicano la stessa area estrattiva? Sono domande che mi ricordano molto quelle che emergono nello studio della responsabilità civile per le azioni dei sistemi AI: quando un agente opera in modo sempre più autonomo in un territorio normativo non ancora mappato, la catena di responsabilità diventa quasi impossibile da ricostruire in anticipo.
La proposta che circola in ambienti accademici specializzati è ispirata alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare: creare un'autorità internazionale che gestisca le risorse spaziali per conto dell'intera comunità, garantendo una distribuzione equa dei benefici tra tutti i paesi, compresi quelli che non dispongono di razzi propri. È una soluzione elegante sulla carta. Richiede, però, che Cina, Russia e Stati Uniti si siedano allo stesso tavolo e costruiscano insieme un quadro condiviso. Basta guardarsi intorno per capire che non è la sfida più semplice del momento.
Quello che trovo più significativo nel lancio di oggi non è il razzo. È la consapevolezza che mentre quattro astronauti volano intorno alla Luna, qui sulla Terra ancora non abbiamo deciso insieme come si governa quello che potremmo trovarci a fare su di essa tra dieci anni. La tecnologia corre, il diritto arranca: non è una novità, ed è un tema che ho trovato ricorrente anche nelle discussioni sulla regolazione dell'intelligenza artificiale dove la distinzione tra chi sviluppa uno strumento e chi ne risponde giuridicamente arriva sempre in ritardo rispetto alla realtà. Ma questa volta il ritardo potrebbe costare più che un semplice aggiornamento normativo. Potrebbe costare la possibilità di costruire una governance spaziale davvero condivisa, prima che qualcuno pianti la propria bandiera sul giacimento più strategico del sistema solare.