Il tema del cellulare a scuola è ciclico, e ogni volta che torna sembra una novità. In realtà, in Italia il divieto esiste in qualche forma dal lontano 2007, con la direttiva ministeriale del ministro Fioroni. Quello che è cambiato nel 2024 è la portata e la chiarezza della disposizione. Con la circolare del Ministro Valditara dell'11 luglio 2024 (prot. 5274), il divieto è diventato esplicito, assoluto — anche ai fini educativi e didattici — per tutti gli alunni dalla scuola dell'infanzia fino alla secondaria di primo grado. Poi esteso anche alle superiori.

In puntata ho cercato di spiegare perché, dal punto di vista giuridico, questa norma presenta un problema strutturale di enforcement: come si controlla? Chi verifica? E soprattutto — cosa succede quando il genitore vuole comunicare con il figlio in orario scolastico per ragioni familiari urgenti?

La storia lunga di un divieto mai davvero rispettato

Quello che spesso si dimentica è che la questione non è nuova. La Circolare Ministeriale n. 30 del 2007 aveva già stabilito il divieto durante le ore di lezione. Per quasi vent'anni quella norma è rimasta sulla carta, applicata in modo disomogeneo a seconda del regolamento del singolo istituto, dell'orientamento del dirigente scolastico, della tolleranza dei docenti. La Costituzione italiana garantisce alle scuole un'ampia autonomia didattica: i programmi, i regolamenti interni, il patto di corresponsabilità educativa sono prerogative di ogni istituto. Questo significa che il panorama normativo prima della circolare 2024 era frammentato e, in molti casi, contradittorio.

La circolare Valditara uniforma il quadro normativo, questo è vero. Ma uniformare un divieto non è la stessa cosa che risolvere il problema che il divieto pretende di affrontare. Come ho sottolineato in puntata, una norma che non è controllata è una norma che non viene rispettata, e qui il nodo è evidente: chi controlla che uno studente non abbia il telefono nascosto nello zaino o in tasca? L'insegnante? Il dirigente? Nessuno dei due ha né il tempo né la legittimazione a fare perquisizioni. Il risultato è un divieto di facciata che scarica sui docenti una responsabilità senza dargli gli strumenti per esercitarla.

«Il legislatore dice: dato che l'insegnante non è in grado di verificare cosa stai facendo, tolgo il problema a monte. Peccato che il problema non sparisca, si sposta.»

Il buco normativo: i genitori e le emergenze familiari

C'è un aspetto pratico che il dibattito pubblico tende a ignorare. La struttura sociale è cambiata radicalmente rispetto a quando le prime norme sul cellulare a scuola furono scritte. L'età media si è allungata, molti studenti hanno nonni anziani in casa, genitori che lavorano, situazioni familiari che richiedono comunicazione rapida. Trent'anni fa, se la nonna stava male, il genitore chiamava la segreteria scolastica e la scuola convocava lo studente. Oggi quella pratica è sparita, soppiantata dall'SMS diretto. Vietare in toto il cellulare senza prevedere canali alternativi equivale a rimuovere l'unico meccanismo di comunicazione emergenziale che la famiglia ha sviluppato negli anni. Non è un'obiezione moralista, è un fatto concreto.

La circolare è consapevole di alcune eccezioni: i piani educativi individualizzati (PEI) e i piani didattici personalizzati (PDP) per studenti con disabilità o disturbi specifici dell'apprendimento possono prevedere l'uso del dispositivo come supporto. È un'eccezione necessaria, che però alimenta un paradosso: il telefono è vietato per tutti tranne che per chi ha un'esigenza certificata. Chi non ha una diagnosi formale ma usa il cellulare come strumento organizzativo quotidiano resta semplicemente fuori dalla norma.

Proposta di legge organica: si è discusso, ma poco si è fatto

Nel corso del 2024 e del 2025 sono emerse proposte di legge più strutturate, tra cui quella del deputato Zucconi (Fratelli d'Italia) che prevede il divieto di social per i minori di 16 anni, l'obbligo di controllo parentale per i naviganti under 14, e il recepimento formale del divieto scolastico introdotto per via circolare. Fino a oggi queste proposte rimangono in Commissione al Senato, in attesa di avanzare. Il divieto scolastico esiste dunque per via amministrativa, non ancora attraverso una legge organica che ne definisca le sanzioni, le procedure e i diritti delle famiglie in caso di urgenza.

La mia posizione, espressa anche in puntata, è diversa da quella del Ministero: vietare non è educare. Il cellulare in classe distrae, sì — ci sono ricerche serie che lo documentano, non studi su cinque bambini come quelli che circolano online. Ma la distrazione non si elimina con il divieto: si gestisce insegnando ai ragazzi a riconoscerla e a regolarsi. Un quindicenne a cui viene confiscato il telefono all'ingresso a scuola non impara nulla sulla gestione dell'attenzione. Lo impara il giorno in cui nessuno glielo confisca più. Censurare posticipa il problema, non lo risolve. L'obiettivo dovrebbe essere costruire una relazione consapevole con lo strumento digitale — e quello è un lavoro educativo, non normativo.