Parlando di social e minori in una recente puntata di A Tu per Tu con l'Esperto di Diritto Informatico, ho sottolineato una distinzione che mi sembra spesso ignorata nel dibattito pubblico: il telefono cellulare e i social network sono due cose giuridicamente e funzionalmente diverse. Regolamentarli come se fossero la stessa cosa porta a norme confuse e spesso inapplicabili. La mossa di Meta sugli Instagram Teen Account viene presentata come la risposta al problema. Vale la pena analizzarla concretamente — perché c'è una domanda preliminare che quasi nessuno si fa: perché stiamo chiedendo a Instagram di proteggere i tuoi figli? Quella responsabilità appartiene alle famiglie, non a una società privata californiana. Quando la deleghiamo a una piattaforma, stiamo ammettendo qualcosa di scomodo su noi stessi.
Cosa sono gli Instagram Teen Account
Annunciati da Meta il 17 settembre 2024 e arrivati in Europa — Italia inclusa — a dicembre 2024, gli account per teenager si applicano automaticamente a tutti gli utenti che dichiarano di avere meno di 18 anni. Non è opt-in: scatta in automatico, sia per i nuovi iscritti che per i profili già esistenti, con un periodo di transizione di 7 giorni in cui i ragazzi ricevono una notifica e possono familiarizzare con le nuove impostazioni.
Le protezioni incluse di default sono: profilo privato (solo i follower approvati vedono i contenuti), messaggi ricevibili solo da persone già seguite, filtro automatico sui contenuti sensibili nelle sezioni Esplora e Reels, silenziamento delle notifiche tra le 22 e le 7 di mattina, e un promemoria che scatta dopo 60 minuti di utilizzo quotidiano. Per gli under 16, nessuna di queste impostazioni è modificabile senza il consenso esplicito di un genitore attraverso la funzione di supervisione.
«Non ti dico più vuoi aprire o chiudere il cancello. Ti obbligo a tenerlo chiuso.» È esattamente questa la logica del Teen Account — e dovrebbe farci riflettere, non rassicurarci.
Il meccanismo di supervisione, e i suoi problemi reali
La supervisione si attiva attraverso il Centro per le famiglie, accessibile nelle impostazioni di Instagram. Un genitore invia un invito all'account del figlio; una volta accettato, il genitore può: impostare limiti di tempo personalizzati, bloccare l'accesso in fasce orarie definite, e vedere gli account con cui il ragazzo ha scambiato messaggi negli ultimi 7 giorni. Non può leggere le chat, ma vede con chi avvengono. La distinzione è importante e probabilmente voluta per non entrare in conflitto con le norme europee sulla riservatezza delle comunicazioni.
Per i ragazzi tra 16 e 17 anni la situazione è parzialmente diversa: possono autonomamente modificare alcune impostazioni, ma il sistema rimane più restrittivo rispetto a un account adulto. In Italia, vale ricordarlo, l'età minima per iscriversi a Instagram è 14 anni, non 13 come in molti altri paesi, per effetto del d.lgs. 101/2018 che ha adeguato il GDPR all'ordinamento nazionale. Il punto critico è uno solo: tutto questo è sorveglianza, non educazione. Un ragazzo che cresce sotto un sistema di controllo tecnico non sviluppa autonomia digitale — impara ad aggirare i filtri, o ad aspettare i 16 anni per farlo liberamente, senza avere mai imparato perché certi contenuti siano problematici.
Come vengono individuati i minori che mentono sull'età
Questa è la domanda che ogni genitore sensato fa subito: e se mio figlio dichiara di avere 18 anni? Meta ha risposto con una partnership con Yoti, un'azienda specializzata nella verifica dell'età tramite intelligenza artificiale. Quando un utente tenta di modificare la propria data di nascita portandola da minorenne a maggiorenne, il sistema richiede una verifica tramite documento d'identità (conservato e cancellato entro 30 giorni), video selfie, oppure conferma da parte di amici comuni. Parallelamente, Meta sta sviluppando una tecnologia per identificare in modo proattivo gli account che appartengono ad adolescenti anche quando dichiarano un'età adulta.
È una soluzione imperfetta — lo sarà sempre. La verifica dell'età è un problema tecnico complesso e un quindicenne motivato troverà il modo di aggirarlo in dieci minuti. Ma il problema più profondo non è tecnico: è concettuale. Instagram non ha la responsabilità di crescere i tuoi figli, e non dovrebbe averla. Quando chiediamo a una piattaforma di fare da filtro, da guardiano, da educatore surrogato, spostiamo su un soggetto terzo — privato, commerciale, privo di qualsiasi mandato educativo — un compito che spetta alla famiglia. Il risultato è che la famiglia si sente sollevata da un peso che in realtà non ha mai smesso di essere suo.
Controllo tecnico vs educazione digitale: la distinzione che conta
Non tutto è privo di problemi. Il modello Teen Account attribuisce ai genitori un potere di filtro molto ampio sui contenuti che il figlio può vedere. Come ho accennato in puntata, questo pone una domanda che va al di là della tecnica: è legittimo che un genitore possa impedire a un quindicenne di entrare in contatto con idee, comunità o informazioni diverse da quelle che la famiglia approva? Il paragone che faccio spesso è con il genitore che negli anni Ottanta non faceva mai uscire i figli di casa. Il mondo non si fermava ad aspettarli. Oggi il ragazzo che non ha accesso ai social rimane ugualmente escluso da conversazioni, amicizie e dinamiche sociali che esistono comunque, solo senza di lui.
Il problema non è solo che il controllo tecnico funziona male — è che non dovrebbe essere richiesto in primo luogo. Ogni volta che la società chiede a Instagram di tenere al sicuro i minori, sta implicitamente ammettendo che le famiglie non ce la fanno da sole. È una resa che si maschera da soluzione. Meta costruisce il cancello, i governi applaudono, i genitori si sentono al sicuro — e intanto nessuno ha insegnato al ragazzo cosa c'è dall'altra parte del cancello, né come orientarsi quando quel cancello, inevitabilmente, si apre. La responsabilità educativa non si esternalizza. Non a Instagram, non allo Stato, non a nessun algoritmo. Rimane dove è sempre stata: in famiglia.