In puntata, una domanda di una telespettatrice — Marilena — ha aperto un capitolo su cui ho l'impressione che pochi genitori abbiano mai riflettuto seriamente. La domanda riguardava le chat scolastiche e i dati sensibili. Il tema tocca due universi distinti che la maggior parte delle persone fonde insieme: il dato personale ordinario e il dato sensibile. E nella scuola, questi due mondi si incrociano costantemente.

Cosa sono i dati sensibili in ambito scolastico

Il GDPR (Regolamento UE 2016/679) definisce una categoria di dati "particolari" — nella terminologia italiana spesso chiamati sensibili — che richiedono protezione rafforzata. Tra questi: lo stato di salute, le condizioni psicologiche, i dati relativi alla disabilità. I cosiddetti BES (Bisogni Educativi Speciali) e i DSA (Disturbi Specifici dell'Apprendimento) — dislessia, disortografia, discalculia, ADHD — rientrano senza alcun dubbio in questa categoria, perché riguardano condizioni cliniche certificate.

Come ho spiegato in puntata, un docente non può scrivere nella chat WhatsApp dei genitori che un determinato studente è dislessico, che ha un PDP (Piano Didattico Personalizzato) o che è seguito da un neurologo. Questo vale anche per il rappresentante di classe a cui il docente chiede di raccogliere informazioni: il semplice fatto che siano genitori di altri studenti non li rende autorizzati al trattamento di questi dati. La catena di responsabilità parte dal docente che diffonde e arriva al genitore che condivide ulteriormente.

«I genitori non hanno mai avuto una minima sensibilità su queste cose. Ma un elenco di studenti con bisogni speciali è un dato sanitario che non si manda nel gruppo WhatsApp della scuola.»

Le foto delle gite scolastiche: un campo minato

Argomento separato ma strettamente connesso: le fotografie dei minori durante le attività scolastiche. In puntata ho distinto due livelli di autorizzazione che spesso vengono confusi.

Il primo livello: quando un genitore firma il modulo di iscrizione all'inizio dell'anno scolastico, spesso è incluso il consenso alla ripresa fotografica per scopi scolastici e istituzionali. Questo consenso è dato alla scuola come istituzione, non a qualsiasi genitore o accompagnatore in gita. Significa che la scuola può usare quelle immagini per le proprie comunicazioni istituzionali (sito web, annuario, materiali interni). Non significa che ogni genitore presente alla gita possa fotografare bambini altrui e pubblicarle in un gruppo WhatsApp con trenta persone.

Il secondo livello: un genitore accompagnatore che scatta foto durante la gita non agisce in nome della scuola. Agisce come privato cittadino. E un privato che ritrae minori — soprattutto di classi diverse dalla propria, quindi figli di persone che non conosce — senza un consenso specifico dei genitori di quei bambini, si trova in una zona grigia molto rischiosa. Se poi condivide quelle foto in un gruppo dove le immagini possono girare ulteriormente, il rischio si moltiplica.

La responsabilità è distribuita, non evaporata

Uno degli errori più comuni che osservo è pensare che la responsabilità GDPR riguardi solo le grandi aziende o i gestori di banche dati. Non è così. Il GDPR si applica a qualsiasi trattamento di dati personali, compreso quello che fa un singolo genitore quando condivide informazioni su minori in una chat privata. La privacy del minore è un diritto fondamentale tutelato anche dall'articolo 8 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea.

Nella pratica, le sanzioni per il genitore singolo sono quasi improbabili — il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha risorse limitate e priorità molto diverse. Ma questo non significa che non vi siano conseguenze: un genitore danneggiato dalla diffusione di dati sensibili sul proprio figlio può avviare un'azione civile per risarcimento danni, e la giurisprudenza italiana ha già riconosciuto in alcuni casi il danno non patrimoniale derivante dalla violazione della privacy di un minore.

Cosa fare in modo concreto

Le indicazioni pratiche che mi sento di dare — e che in puntata ho sintetizzato come "buon senso" — sono semplici. Prima di mandare qualsiasi informazione su un minore in una chat scolastica, chiedersi: questo dato riguarda la salute, la condizione psicologica, una diagnosi? Se sì, non va condiviso in nessun formato. Prima di fare e pubblicare foto di bambini durante una gita: siete la scuola, o siete un genitore accompagnatore che agisce in proprio? Se la risposta è la seconda, serve il consenso esplicito degli altri genitori. Infine, se ricevete questi dati in modo improprio, avete il diritto — e forse il dovere morale — di segnalarlo al dirigente scolastico o, nei casi più gravi, al Garante.